CHIETI

Serata di gala, a Chieti, per il film "Le Brigantesse".

Si terrà sabato prossimo, 10 giugno 2017, alle ore 21.00, a Palazzo Lepri, a Chieti, la proiezione del film "Le Brigantesse", che tanto successo di critica e di pubblico ha riscosso tempo addietro al momento della sua prima uscita.
Un appuntamento culturale e di intrattenimento al quale non dover mancare, quindi, supportato anche da una lodevolissima critica del Dott. Emiliano De Gregorio, che vi riportiamo ben volentieri in forma integrale, certi che potrà esservi di grande utilità:
La nuova fatica di Bruno Tarallo come regista e sceneggiatore appare al pubblico come l’opera che porta a compimento la figura artistica del creativo partenopeo.
Essa si mostra sperimentale come chi conosce l’autore sa essere per lui consueto, assai più divisiva della precedente fatica “Le donne invisibili”, ma esprime come questa un comune omaggio alla donna, questa volta al di fuori dei comuni stereotipi che la vogliono bella e sensualmente provocante.
Anzi, quando c’è un titillar di sensi, questo appare come innocente ed involontario, da parte di donne inconsce alla propria bellezza, e perciò tanto più desiderabili.
“Le brigantesse”, si mostra come un’opera nel suo insieme revisionista in chiave femminista, seguendo una corrente culturale ormai ben salda in tutto il mondo occidentale. Basti vedere, per rendersene conto, tutte le più recenti opere supereroistiche, dove l’uomo è stato dapprima affiancato e poi sostituito da donne a lui pari e poi superiori (l’elenco sarebbe infinito ma vengono alla mente immediatamente le trasposizioni cinematografiche de “Il signore degli anelli” e poi i sequel di “300” e di “Star Wars”).
Nel momento in cui lo spettatore si pone in questa prospettiva, ben conscio che il revisionismo se è opportuno per qualunque storico (che altrimenti altro non sarebbe se non un mero narratore di vicende approfondite da altri), è d’obbligo per il creativo, che propone all’attento lettore vicende narrate in chiave sempre necessariamente nuova, si abbandona a quella volontaria sospensione dell’incredulità, che Coleridge voleva come carattere semiotico necessario per poter godere appieno di un’opera narrativa.
Eppure, dopo il cosciente abbandono all’opera che si ritiene puramente frutto dell’intelletto, la visione esorta all’approfondimento ed allora, e solo allora nella maggior parte dei casi, ci si rende conto del fatto che le donne briganti sono realmente esistite ed erano spesso giovani, frequentemente belle, come solo una donna che vive libera correndo per boschi e montagne può essere, e talvolta bellissime. Bellissime come Michelina De Cesare, che appare meravigliosa ed altera, ritratta con il costume delle feste delle donne ciociare nel servizio fotografico eseguito probabilmente a Roma, sotto tutela di quello Stato Pontificio che era uno dei sostenitori del brigantaggio, in veste antiunitaria ed antipiemontese.
Ci si rende anche conto che, come in ogni guerra ma particolarmente nelle guerre intestine, non sono mancate, nel corso della lunga battaglia contro il brigantaggio, le atrocità ed il fatto di essere donna non ha protetto nessuna, anzi sulle donne particolarmente si accanisce chi cerca il controllo di un territorio e di questa spietatezza fa oggetto di propaganda, come è avvenuto nel caso della citata Michelina De Cesare.
Il giudizio sul brigantaggio come fenomeno storico esula dalle intenzioni esplicite del film, che si contraddistingue piuttosto per aver trasmesso l’immagine poetica di un gruppo di donne libere che combatte per la libertà nel contesto di una natura vigorosamente vergine, come novelle amazzoni che si muovono sullo sfondo di quel paesaggio che tanto ha influenzato l’arte europea (basti pensare, uno per tutti, al “confessionale dei penitenti neri” di Ann Radcliffe ed alla potente descrizione che offre del perduto lago di Celano).
In definitiva con questo seconda pellicola l’autore segna la sua cifra, che sembra essere quella di celebrare l’universo femminile, narrandolo in un contesto onirico o fantastico ed attingendo ad un sostrato culturale che è ad un tempo abruzzese e partenopeo, italiano e meridionalista, particolare ed universale, consacrando al pubblico la sua maturità artistica anche nella settima arte, dopo le lunghe scorribande nelle altre sei.

di GIANFRANCO MARROCCHI

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